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Davide Siddi, i segreti di un pittore al tempo di Instagram

posted by Redazione at 24/10/2013

Davide Siddi, i segreti di un pittore al tempo di Instagram

La pittura al tempo di Instagram. Della rivoluzione digitale e delle immagini a portata di click. Quello del pittore è ancora un mestiere possibile al giorno d'oggi?

Ci ha provato un giovane artista sardo attivo tra Cagliari e Parigi. E ci è riuscito. Appena ventiseienne, Davide Siddi coltiva la sua passione in un suggestivo laboratorio d'arte nel quartiere di Castello, il più antico della città di Cagliari, vende le sue opere in rinomate gallerie di Parigi e tiene corsi di pittura e disegno.

L'Accademia di Pittura Figurativa che ha fondato insieme al collega e amico Antonello Pintus, anch'egli pittore, è un viavai di artisti e appassionati che qui sanno di trovare iniziative legate all'arte in tutte le sue declinazioni: dalla pittura alla musica, dalla letteratura all'architettura, dal teatro alla fotografia.

Abbiamo incontrato Davide e gli abbiamo chiesto di raccontarsi ai microfoni di YESEYA. 

 

Davide. Artista e pittore acquerellista. Come ti è venuto in mente?

Diciamo che è stata più una serie casuale di fattori e coincidenze che una scelta ponderata o un'idea precisa, almeno nella fase iniziale.

Ho sempre amato disegnare e dipingere, ho sempre amato l'arte e l'espressione artistica e così, finito il liceo classico, un amico mi ha convinto ad esporre i lavori che spesso realizzavo, per mio solo piacere, durante le ore di lezione.

Erano disegni più che quadri veri e propri, fatto sta che li esposi, vendedone alcuni e ricevendo la prima commissione. Da lì è cominciato tutto, e poi la decisione di abbandonare ogni cosa per dedicarmi solo alla vita artistica che col tempo è divenuta il mio mestiere. 

 

Nell'epoca delle immagini digitali, la pittura è un modo per riappropriarsi del tempo. Mentre tutto, intorno, scorre velocissimo, qual è lo spazio che trova, oggi, la tua arte?

Riguardo a questo argomento credo che il viaggio sia sempre l'esempio migliore.

Proprio stamattina a Cagliari, nel quartiere di Castello, ho incrociato un turista che fotografava ogni cosa gli capitasse sott'occhio, scattava senza smettere di camminare, abbiamo fatto insieme un tragitto di meno di dieci metri e lui ha scattato otto foto!

Alla fine di questo viaggio in Sardegna cosa gli resterà, a parte migliaia di foto di scorci che non ha visto veramente? La pittura è diametralmente opposta.

Quando viaggio, non porto quasi mai con me la macchina fotografica, ma ho sempre un taccuino e, se trovo qualche particolare che mi piace, mi fermo e lo dipingo e l'operazione non chiede meno di un'ora, quando va bene.

Alla fine non solo rappresento ciò che voglio ricordare, ma essendo stato fermo tanto a lungo mi calo completamente nell'atmosfera che mi circonda.

 

Come mai, tra i tanti modi possibili, hai scelto la leggerezza dell'acquerello?

Ho cominciato a dipingere proprio con l'acquerello. Col tempo ho approfondito quasi ogni aspetto di quella che ufficialmente è riconosciuta come una delle tecniche pittoriche più difficili.

L'acquerello non ammette errori, nel senso che non si può correggere nulla; ogni errore grave di esecuzione è un foglio da buttare e un lavoro da rifare da capo.

Forse proprio per questo è la tecnica che preferisco: è una continua sfida fra te e quello che hai imparato - o sei convinto di aver imparato. 

 

Tra i soggetti della tua arte, le persone. Chi sono le persone che ti chiedono un ritratto e perché?

Ho cominciato a ritrarre le persone quando mi sono reso conto che il paesaggio non era sufficiente a rendere alcune idee o particolari stati d'animo che volevo esprimere, quindi inizialmente sono stato io a chiedere alle persone di posare per me, perchè magari in loro mi capitava di individuare una certa particolarità, sia fisica che di carattere.

Oggi capita spesso che i ritratti mi vengano commissionati, in questo caso si tratta in genere di un regalo, chi lo riceve posa comunque per me e, una volta finito il quadro, è sempre divertente cercare le differenze fra come ci si vede e come si viene visti, per questo la soddisfazione più grande è quando la persona ritratta si riconosce nell'opera che ha di fronte o vi riconosce un preciso aspetto del proprio modo di essere.

Dove trai l'ispirazione?

Lo spunto migliore per ogni lavoro è tutto ciò che mi circonda, le vite soprattutto. Spesso mi ripeto che il mio lavoro ha lo scopo di mostrare alle persone la bellezza là dove sono passate dritte; credo che l'unico vero dono dell'artista consista soltanto nell'avere una sensibilità diversa, né superiore, né inferiore, solo diversa.

La capacità di vedere qualcosa di speciale in ciò che è semplicemente quotidiano ti obbliga a offrire al pubblico un diverso punto di vista. Una delle frasi più belle che ho sentito durante una delle mie mostre l'ha pronunciata una signora osservando una veduta di Cagliari: “Io abito là davanti e non avevo mai notato che fosse tanto bella!”.

Il mio lavoro ha avuto senso.

 

A un certo punto sei andato via dalla Sardegna. E poi tornato. Cosa rappresenta l'isola per un giovane artista?

Sono partito a Parigi per consolidare la mia attività pittorica anche in Francia, poco tempo dopo sono tornato in Sardegna per seguire al meglio la scuola d'arte avviata, proprio prima di partire, col collega e pittore Antonello Pintus.

Il progetto è letteralmente esploso in positivo. Forse il bello della Sardegna è proprio questo: che comunque riesce a stupirti e non te l'aspetti. La nostra isola è senza dubbio uno dei posti migliori per dipingere, sia per il clima che per i ritmi di cui si può godere.

Il problema più grande è senza dubbio sul piano del confronto, basta pensare che a Cagliari è quasi completamente assente la figura del “pittore di professione”. Lo scambio è difficile e spesso, per cercarlo, bisogna guardare oltre i confini regionali.

Cos'hai trovato a Parigi? 

Parigi per me rappresenta lo stimolo artistico che la Sardegna non spesso non riesce a darmi. Sono in contatto con numerosi artisti e ogni volta cerco di immergermi il più possibile nell'ambiente artistico della capitale francese.

La mia vita lì è estremamente rallentata, basata sull'osservazione e sullo studio. Se in Sardegna, oltre alla pittura, sono impegnato in altre numerose attività “collaterali” (Studi Aperti Cagliari, l'Accademia d'Arte Santa Caterina, etc.), Parigi per me è solo pittura e studio della pittura, è la città che mi permette di caricarmi di quell'entusiasmo che poi cerco di riportare con me in Sardegna.

Una città mi offre quello che l'altra non sa darmi e viceversa, credo che questo altalenarsi di una realtà e l'altra sia fondamentale per la mia attività artistica. 

 

E si dice, anche, che ogni artista abbia le sue manie o, se preferisci, segua dei "rituali". Confidacene qualcuno.

Bella domanda! In effetti ci sono alcuni gesti che compio ogni volta che mi siedo a dipingere. In genere prima di iniziare metto in ordine il tavolo da lavoro o il cavalletto secondo uno schema rigido e sempre uguale: partendo da sinistra posiziono il barattolo con l'acqua con gli stracci per asciugare il pennello, la tavolozza con un numero limitato di colori. In ordine da sinistra: bruno van dyck, verde, blu oltremare, blu cobalto, blu ceruleo, rosso di cadmio e giallo di cadmio, tutte le mie opere sono realizzate con questi sette colori.

Un po' maniacale, forse...ma molto pratico. Se poi mi promettete che questo non verrà pubblicato, aggiungerei che a volte mi vesto elegante per andare a chiudermi in studio a dipingere, non so perchè ma mi fa piacere farlo.

Credo sia una forma di rispetto verso un lavoro che amo. Mi lavo sempre le mani prima di cominciare a dipingere, lo so, non ha proprio senso! Anche perchè poi me le sporco!

Per conoscere meglio Davide Siddi: http://www.davidesiddi.com 

 

di REDAZIONE YESEYA

[Photo-credit: Stefano Ferrando]

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